domenica 1 maggio 2011

Si aprono crepe a lungo ignorate che squarciano la pelle olivastra. Non riesce a tenere aperti gli occhi per il dolore: madida di sudore, cerca di chiudere i lembi delle ferite. Le fessure distruggono ogni integrità morale, lasciano il libero spazio agli urli sempre più forti. L'irrazionalità prende il sopravvento e scorre creando bagliori vermiglio. Le emozioni incontrollate risuscitano il cranio sopito, troppo a lungo in preda alla dominazione tirannica di stanchi neuroni della corteccia orbito-frontale.
 L'identità di un uomo consiste in una sequenza di incoerenze che, tra di loro, possono solo fingere di avere qualcosa in comune.
L'urlo invade l'intera stanza. Il vetro delle finestre trema. Il vaso di violette viene attirato dal lucido pavimento di marmo. Si infrange: terracotta, sangue. Un frammento entra nella ferita, divorato dal cratere dolorante. Lei alza un braccio, cercando di muoverlo verso la maniglia della porta. In ginocchio, trema e il si accascia violentemente a terra, il naso livido scosso da un fremito. Prova a muovere la mano, a ruotare il pomello, allungando le dita.
Vorrebbe chiedere aiuto. - La mia speranza è anche il mio carnefice. - sussurra. Poi guarda in basso: nell'altro braccio stringe in pugno una chiave. Lentamente dischiude la mano e la osserva.
Un altro urlo. E' solo lei a torturare se stessa.

mercoledì 8 dicembre 2010

No words to describe it now.
Ombrello a forma di giraffa
Geloni
Vetrina in Vittorio Emanuele
Thè caldo
Silenzio
L'infinito
Arte e poesia
Sguardo fisso negli occhi
Duomo, vetrate illuminate
3, 9?
Giallo, lilla, bianco, nero
Blu Caran D'Ache
Mentalità aperta (?)
Dimentico gli oggetti, ricordo gli attimi
Passato raccontato senza più rimorso
Amore
Scultura greca
Romanticismo
Chiesa gotica
Scala


Chi sei?
Pace? Conclusa la lotta, forse.
Nero brivido.
Immobile: trasportata dal vento
non risorgerei.

Lucide labbra
niente, e unghie afferrano il mondo.

Non mi liberi! Non mi incateni.
Già. Stretta. Le mie carni nelle tue non scappano.
Vivo?

Strappi le mie orbite, le ingoi.
Grido soffocato.
Consumami.
Imploro di tornare sana.

Oh, come è dolce questo amore!
Ingoio il tuo dolore, liquido.
Scivola nel mio ventre sanguinante.
Oscurità. Forte odore di salsedine.



Gioia mia!
Brucia tra le fiamme dell'inferno.

domenica 7 novembre 2010

Quando si aspetta troppo una cosa

Si dice che quando si aspetta troppo una cosa, questa non arriva mai.
O forse arriva di corsa, fuggevole, delicata, e scappa via prima che si possa afferrarla. Quando si desidera troppo una cosa, la si idealizza, e la si continua a immaginare, ripetutivamente, nei momenti meno opportuni. Si chiudono gli occhi e allora si aprono i sipari dell'illusione: ecco che le marionette del sogno iniziano a muoversi, a parlare, in modo perfettamente meccanico e tristemente irreale. Quando sii aspetta troppo una cosa in realtà si sa già come andrà a finire, perchè la nostra mente ha percorso qualsiasi sentiero possibile e ne ha già valutato le differenti opzioni: è pronta a guidare ciò che arriverà, per ottenere esattamente ciò che si vuole. Quando si aspetta troppo una cosa, non dipende solo da noi ottenerla. Perciò ci si siede in silenzio, in un angolo di cemento, chiusi nella propria prigione di intricati pensieri e congetture, dimenticando la meraviglia dell'imprevisto. In poco tempo si perde la chiave, unico elemento di ricongiunzione con il mondo. La paura di sbagliare, di sprecare le proprie possibilità, di lasciarsi sfuggire qualsiasi occasione porta a una rassegnazione che è il grilletto di ogni felicità.

Iris lo sa bene: i polsi magri e lacerati giaciono inerti sul pavimento, intrappolati da lunghe catene che la legano ai fantasmi della sua mente. Ormai il pensiero ha preso il sopravvento sul desiderio: lo ha domato, sottomesso, soggiogato e lo ha privato dell'elemento di novità che conteneva, per renderlo simile a qualsiasi altro avvenimento. Ciò che prima era un giovane ghepardo selvaggio, senza padroni, dominatore della natura e della casualità ora non è altro che un micione che gira con la testa bassa, gli occhi tristi e la coda tra le gambe. I suoi occhi osservano il cadavere della fantasia che, ormai grigia e vuota, assomiglia a un vecchio sacco, sporco e rovinato. Quando si aspetta troppo una cosa, bisogna lottare per ottenerla, ma, se ciò non accade, è meglio fingere di essersene dimenticati, e proseguire per la propria strada, fiduciosi nell'imprevedibilità del caso. Non vale la pena incominciare a fantasticare su di essa.


Iris lo aveva cercato a lungo, e poi si era seduta su quel cemento, e aveva iniziato ad aspettare. I vividi colori della vita si erano graduatamente spenti nella realtà, ma inizialmente erano aumentati nella sua mente. Erano diventati sempre più intensi, luminosi e appariscenti, e il sacco della fantasia si era riempito sempre di più... fino a rigettarsi fuori dal suo corpo, a fuggire via d'improvviso. Aveva coltivato una farfalla nel bozzolo prima del tempo, le sue ali erano diventate troppo larghe e lo avevano dilatato fino a romperlo. Ora fuggiva, quel prodotto di un sogno caleidoscopico, e assorbiva il blu del cielo. A lei cosa era rimasto? Non era più in grado di rialzarsi e guardare fuori: i suoi occhi si erano spenti, e vedevano ogni cosa ricoperta da una sottile grigia nebbia di timore. Ma tutto ciò che si trovava dentro di lei era irreale, ed era fuggito via proprio come il ricordo di un sogno la mattina appena svegli.


- Dove si trova la realtà, adesso? Dove otterrò quello che stavo aspettando?

giovedì 14 ottobre 2010

Cold water

Da dove è incominciato?
Esiste un'inizio o una fine? Ciò che giace in mezzo è avvolto nella nebbia.
Appare ogni tanto d'improvviso, flashback, il respiro si blocca, il rumore della città si affievolisce, le nuvole si incupiscono, il vento cessa di scompigliarmi i capelli. Ed ecco che le foglie rimangono sospese nell'aria, interrompendo la loro caduta: ora sono curiose spettatrici di un varco che squarcia il tempo e lo spazio. rewind, fa freddo. Il bianco della neve ora acceca ogni colore. I miei denti incominciano a tremare, il respiro si fa ansimante. Osservo la mia immagine nella vetrina di un negozio: quella riflessa non sono io. Piccoli dettagli svelano la meraviglia dell'avvenimento. I miei capelli sono un pò più corti, un pò più lisci, un pò più scuri. Il mio maglione verde non c'è più: al suo posto una lunga giacca grigia e una pesante sciarpa di lana ad avvolgermi il collo. Ho paura. Alzo la testa. Sei di fronte a me, i miei occhi atterriti si spalancano al tuo viso.
Sei tu ma non sei tu. Chi sei? Una proiezione del passato? E allora io chi sono? Non so più niente. Vorrei urlare, non ci riesco, non posso: le tue labbra si posano sulle mie.
Salato, silenzioso, delicato, acqua fredda che scivola sulla mia pelle, e io mi immergo in quel limbo di pace. Tutto ciò che ora è la tua mano che stringe la mia.
Piango: le lacrime si mescolano all'acqua, si dissolvono. Scompaiono. Vorrei dirti tante cose, ma non ci riesco. Forse è meglio così. Forse ormai mi sono persa.
- Lo so che sto sognando, cazzo, ma non mi importa.
E' così fondamentale vivere nel presente?

domenica 10 ottobre 2010

No.

Desideriamo solo ciò che conosciamo: come si può infatti desiderare qualcosa senza poter immaginare il nostro futuro una volta ottenuta? Per farlo, dobbiamo conoscere l'oggetto del nostro desiderio fino in fondo. Dobbiamo aver percorso i labirinti insidiosi della sua anima. Dobbiamo inoltre essere pienamenti consapevoli delle nostre capacità di ottenerlo. Il desiderio infatti non si basa su una fantasia evanescente poichè altrimenti si tratterebbe di sogno ad occhi aperti, una colorata immagine distorta per niente sovrapponibile alla realtà. Il desiderio si basa su una deduzione lucida e logicamente corretta, su un'istinto carnale che si traduce in una tensione precisa verso un elemento partecipe della nostra vita ma in qualche modo esterno ai nostri ideali di possessione.
Balbetta e trema. Balbetta e trema. E' troppo timida per agire.
(Vai! Ora!) Lei vuole e soffre.
Non ho più la capacità di possedere il desiderio: esso si è tramutato in un capriccio della mia anima, che muta perennemente direzione, si volta, ritorna sui propri passi.
Rosso vermiglio che si diffonde ovunque, cola lentamente giù dal tavolo, riempie il pavimento della cucina, ingoia l'intera casa... - Ho ucciso il mio desiderio.

domenica 3 ottobre 2010

Guerra persa in anteprima

In ogni rapporto si nasconde un legame indissolubile che, per quanto possa venire allentato, allontanato o dimenticato, inevitabilmente si insidia in un lato della nostra fragile anima e ne logora la sottile superficie, creando una cavità impercettibile. Nell'attimo in cui il nostro sguardo viene a contatto con un altro sguardo il filo conduttore si tende, rendendoci vulnerabili, poichè il legame presente è in grado di penetrare all'interno dell'abisso contenuto nelle nostre anime. In esso scorrono i pensieri, confusi e disorientati, intricati e profondi: il buio è quasi totale e spesso dobbiamo impegnarci per mantenere un'oscurità che possa, almeno parzialmente, avvolgere il significato intrinseco dei nostri segreti nel silenzio. Ma basta un attimo di distrazione ed ecco che i pensieri scivolano sotto il sottile raggio di luce proveniente dal foro e, attratti da un magnetismo incalcolabile, passano attraverso il filo conduttore per gettarsi nella voragine dell'anima altrui. A questo punto, tutto è perduto. Ci si ritrova nudi, inermi, deboli di fronte a una mente capace di inglobare ogni nostro sentimento, di divorare e inghiottire il nostro respiro. Non c'è via di scampo, siamo costretti a cedere.